mercoledì 4 giugno 2014

Quando ti manca un pezzo di famiglia...


Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito. 
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari... 
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.

"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."

E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.

Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero. 
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro. 
Perché il lavoro te lo portavi a casa. 
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo. 
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].


E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!". 
E poi i diciotto anni sono arrivati. 
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...". 
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta. 
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare? 
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]

Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato. 
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te. 
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.

Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori. 
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.

Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia. 
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."

E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.

Questo capita.
Oggi.


E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)



(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)

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